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Daisy | Lorenza Di Sepio e Marco Barretta raccontano il graphic novel

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Daisy

Marco Barretta e Lorenza Di Sepio

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Ci hanno letteralmente trascinati nella storia, facendoci sprofondare tra le sue pagine proprio come la protagonista. Marco Barretta e Lorenza Di Sepio raccontano Daisy, il loro primo graphic novel che ha già conquistato tantissimi lettori.

Buona lettura!

 

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Cosa ha ispirato questo libro?

Siamo dei divoratori di storie, che siano esse a fumetti, film o serie tv. Da qui è sbocciata piano piano un’idea, e cioè quella di creare un mondo fantastico tutto nostro! 

Perché avete deciso di raccontare questa storia?

L’idea di fare una storia del genere parte da un’esigenza di Lorenza Di Sepio di cimentarsi in qualcosa di diverso che non fosse solo Simple&Madama, l’incontro con Marco Barretta fa nascere poi questa storia inedita.

Quali sono i vostri punti di riferimento artistici?

Per Lorenza principalmente cartoni animati: cresciuta a pane e principesse (Disney o Sailor Moon) passando anche per cartoon come Ken il guerriero, Ranma 1/1 o i Cavalieri dello Zodiaco. E, tra un episodio e l’altro, ha letto qualche manga.
Marco è cresciuto con i fumetti di Stan Lee (e non solo), ed i libri di Isaac Asimov. Della generazione di A-team e Macgyver, ha guardato ogni genere di film, anime o serie tv con occhio critico immaginando finali alternativi.

Raccontateci dove lavorate e come…

Lavoriamo a casa di Marco che ha trasformato il suo salotto in un vero e proprio studio. C’è questo lungo tavolo di legno, dove abbiamo 4 schermi, 2 computer, 2 tablet, 3 cellulari, 2 macchine fotografiche ed un visore VR. Tutto questo ci aiuta a lavorare su più fronti, gestendo da soli ed in ciabatte tutto il nostro lavoro 🙂 

Cosa vi piacerebbe trasmettere al lettore?

Ci piacerebbe emozionare, ma con semplicità.

 

Questo libro è per…

Per tutte quelle persone che sanno ancora farsi stupire da una storia. A quelle persone che riescono a viaggiare con la fantasia, a chi riesce a credere che uno spaventapasseri può essere anche un grande maestro di kung fu 🙂 

 

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Myrna e il tocco della morte | Intervista a Sergio Algozzino e Deborah Allo

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Myrna e il tocco della morte

Sergio Algozzino e Deborah Allo

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Una storia che riflette sul tema della diversità, giallo dai toni cupi secondo l’ispirazione del miglior Tim Burton. Myrna e il tocco della morte intriga, appassiona e lascia i lettori con il fiato sospeso fino al sorprendente scioglimento della trama.

Come è nata questa storia? Quali sono i dietro le quinte della sua creazione?

Sergio Algozzino e Deborah Allo ce lo hanno raccontato. 

Buona lettura!

 

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Cosa ha ispirato questo libro?

Sergio: Più o meno le stesse riflessioni che mi avevano portato al Piccolo Caronte. Sono infatti due libri collegati, non dalla storia né dall’ambiente o dai personaggi, ma possiedono la stessa atmosfera cupa e la stessa voglia di raccontare alcuni disagi dell’umanità.

So che a riassumerla così rischio di sembrare estremamente presuntuoso, non ho alcuna pretesa di cambiare la vita a nessuno e il mio scopo è solo quello di buttare su carta diverse idee accomunate dallo stesso approccio narrativo.

Inoltre, sia Mono (dal Piccolo Caronte) che Myrna sono volutamente in una fase di crescita e maturazione, pronti per crescere in base alle rivelazioni che incontreranno sul loro percorso. Se nel Piccolo Caronte il focus principale era la responsabilità in questo caso è invece il diverso, qualcosa che è stato raccontato in tutti i modi possibili e immaginabili e che se dovessi riassumere in alcune opere fondamentali legate a questa storia direi: Freaks, Elephant Man, Edward mani di forbice e gli X-Men di Claremont e Byrne. Nonostante tutto, ho cercato anche stavolta di dare la mia personale visione dell’argomento, quindi non li considero riferimenti narrativi ma soltanto emotivi.

Perché avete deciso di raccontare questa storia?

Deborah: Quando Sergio mi ha fatto leggere il soggetto della storia, ne sono stata molto felice. Tutto ciò che è magico, floreale e ombroso allo stesso tempo mi ha sempre affascinato, per cui non potevo rifiutare la collaborazione!

Sergio: Perché amo la letteratura gotica e ho sempre scritto storielle del genere senza però disegnarle da professionista, preferendo per mia indole pagine più quotidiane, più intimiste. Deborah ha un segno fantastico, che si sposa perfettamente con questa visione che non deve essere mai troppo realistica e ho quindi avuto la fortuna di potere pubblicare due di quelle storielle. Magari ne scrivo una terza.

Quali sono i temi principali della storia e i legami che hanno con la realtà di oggi?

Sergio: Come detto, in questo caso il tema è il diverso. E sembra fatto apposta visti questi durissimi giorni di intolleranza cronica e dilagante, ma ahimè non è che quando se ne parli di meno il problema non sussista. Purtroppo l’essere umano è davvero un animale, senza offesa per nessuno, è solo la biologia a parlare.

Deborah:  Sicuramente quella del “diverso” è una tematica che emerge nella storia e purtroppo ancora oggi si ha paura spesso delle parti “freak” che risiedono in ognuno di noi. La parte che Jung definisce “Ombra” è una sorta di coinquilino nascosto che a volte è ben evidente, conferendo saggezza e raffinatezza di pensiero, e altre volte no. Spesso, invece, chi si nasconde dietro una facciata e sfoggia tutto il suo potere e la sua fortuna, è proprio chi ha un’ombra così ingombrante che preferisce ignorare!

Quali sono i vostri punti di riferimento artistici?

Sergio: Non ci penso più. Amo tante, troppe cose, ma devo ormai necessariamente guardarle dall’esterno per non esserne malamente influenzato.

Deborah: Mi piacciono da impazzire le illustrazioni del folklore russo e simili. Il mio artista preferito rimane Kay Nielsen, ma imparo molto anche dai film di animazione stop-motion della Laika. Tuttavia, il mio punto di riferimento principale rimane la natura.

Raccontateci dove lavorate e come…

Deborah: Questa è la mia postazione di lavoro, accompagnata da buona musica, candele profumate e i gatti che ogni tanto vengono a curiosare 🙂

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Sergio:  Casa. Amo lavorare in compagnia quando posso ma a seconda delle fasi lavorative (disegnare e colorare sì, scrivere no). Se scrivo devo annullare tutto, niente musica, niente di niente. Spesso scrivo sul letto o in quei posti che mentre disegno mi sono generalmente esclusi (anche nelle attese fuori casa).

Parlateci della vostra formazione…

Sergio: La faccio breve: Liceo Artistico, Scenografia, autodidatta ed eccomi qua.

DeborahMia mamma mi dice sempre che ho iniziato a tenere la matita in mano prima di iniziare a camminare. Dopo le scuole medie, ho scelto l’istituto d’arte di Giarre, che ora è diventato liceo, e, una volta diplomata, ho frequentato la Scuola del Fumetto di Palermo. Posso dire, però, che non si finisce mai di imparare. Per l’arte, così come per la vita in sé, la vera scuola la facciamo noi con la nostra voglia di conoscere e di migliorare giorno per giorno.

Cosa vi piacerebbe trasmettere al lettore?

Deborah: Non saprei, credo più sensazioni possibili e sempre diverse… quindi, sì! Sarei felice se il libro venisse percepito con mille sfumature!

Sergio: Un pochino di tolleranza, ma so già che questo libro lo leggerà chi ne avrà una certa dose, quindi alla fine non credo che insegnerò nulla.

Questo libro è per…

Sergio: Leggere qualcosa di non troppo scemo, almeno credo. Ma non che le cose sceme siano sceme, al contrario sono molto spesso le cose non sceme a esserlo. Vabbè, forse ci siamo capiti. Scusatemi, è che sono scemo.

Deborah: … imparare ad accettarsi!

 

 

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Gherd. La ragazza della nebbia | Intervista a Marco Rocchi e Francesca Carità

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Gherd. La ragazza della nebbia

Marco Rocchi e Francesca Carità

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Gherd. La ragazza della nebbia di Marco Rocchi e Francesca Carità ci ha conquistato per la sua storia e le sue tematiche: emancipazione, ecologia, rispetto, passione, determinazione, amore per la natura fanno di questo graphic novel un insegnamento per grandi e piccini.

Gli autori ce lo hanno raccontato in questa intervista.

Buona lettura!

 

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Cosa ha ispirato questo libro?

Dopo aver creato Le due metà della Luna ci siamo trovati entrambi con la voglia di scrivere un’avventura. Non sapevamo se fantasy o post-apocalittica, quello che ci premeva di più è che ci fosse tanta azione, un mondo nuovo da pensare e disegnare, un rito di passaggio che vedesse i prescelti di due fazioni diverse incontrarsi e collaborare, creature magiche, tanti sfondi naturalistici e spunti fra il vichingo e il medievale.
Ma ciò che veramente ha deciso e ispirato gli eventi e la storia di Gherd è stato quando una mattina, svegliati molto presto, abbiamo ritrovato tutta la vista dalla finestra di casa nostra ricoperta da un fitto strato di nebbia, dalla quale uscivano solo architetture più alte e le cime dei monti.

Perché avete deciso di raccontare questa storia?

Volevamo entrambi divertirci sbizzarrendoci nella creazione di un mondo magico che fosse interessante da disegnare. 
Poi è nato il personaggio di Gherd, che ha sgomitato entrando in questa storia, dandogli un carattere di autodeterminazione molto forte. 
Siamo dell’idea che manchino nei fumetti e nel mondo dell’intrattenimento in generale delle protagoniste femminili in cui immedesimarsi. Quello che ci premeva era dare un modello femminile che potesse coinvolgere sia un bambino che una bambina.

Quali sono i vostri punti di riferimento artistici?

Sicuramente per entrambi i film di animazione dello studio Ghibli sono un forte punto di riferimento sia per l’estetica che per il tipo di narrazione.
Francesca, per i disegni di questo fumetto, ha trovato molta ispirazione a livello grafico in alcuni dei suoi fumetti e artisti preferiti: “Head Lopper” (Andrew Maclean), in “Kairos” e “Jade” (Ulysses Malassagne), “Atlas e Axis” (Pau), “Brigada” (Fernandez), “Junky” (Guillame Singeling), Alexandre Diboine
Ma anche in film e cartoni animati come “Dragon Trainer“, “Steven Universe” e “Adventure Time“, i quali sfondi sono stati di immensa ispirazione per lei.
Infine la pettinatura di Gherd è un omaggio a “Nimona“, altro riferimento artistico molto importante per tutti e due.

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Parlateci della vostra formazione…

Abbiamo entrambi una formazione scientifica. Marco ha voluto approfondirla fin quasi a laurearsi in ingegneria per poi però capire la sua vera vocazione e si è quindi iscritto al corso di fumetto della Scuola di Comics di Firenze. 
L’anno dopo Francesca, fresca di liceo, si è iscritta alla stessa scuola, sempre al corso di fumetto.
Dopo averla conclusa entrambi, Francesca ha approfondito e studia tutt’ora da autodidatta e seguendo corsi online quali Schoolism.

Raccontateci dove lavorate e come…

Viviamo insieme e abbiamo in casa una stanza che è adibita a studio per entrambi, quindi ci piace lavorare principalmente lì. Per quanto riguarda invece la parte di creazione e sviluppo delle nostre storie ci capita molto spesso di discuterne e avere le idee migliori quando siamo in viaggio, trascrivendole o registrandole per non dimenticarle.
Il nostro metodo di lavoro è simile a una catena di montaggio: a monte creiamo insieme la storia, poi Marco si occupa di sceneggiarla ma anche di produrre una bozza di storyboard e layout ad ogni pagina, che Francesca riporta in un’altra bozza ma più comprensibile. Arrivati ad avere davanti tutta la storia partiamo con il realizzarla in bella. Così Francesca realizza le matite e gli inchiostri con metodi tradizionali e poi colora il tutto a computer (facendosi spesso aiutare da Marco per i flat).

Cosa vi piacerebbe trasmettere al lettore?

Vorremmo dare ai nostri lettori la spinta per reagire alle situazioni avverse e far trovare la forza di essere loro stessi tramite il valore dell’amicizia e dell’accettazione fra popoli e punti di vista diversi.
In tutto questo speriamo anche di trasmettere l’adrenalina che solo le storie di avventura possono regalare.

 

Questo libro è per…

(Per chi ama) avventurarsi in mondi meravigliosi e per chi vuole decidere da solo chi e come vuole essere, grande o bambino che sia.

 

 

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Giornata mondiale della poesia 2019 | Atanas Dalchev e “Il Balcone” di Kalina Muhova

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Immagini e luci che penetrano e scaldano il cuore del lettore, una bellissima metafora della conoscenza e uno sguardo su tutto ciò che di fantastico accade nella vita reale.

Il balcone di Kalina Muhova con delicatezza dischiude un mondo meraviglioso a partire da un componimento di Atanas Dalchev, poeta bulgaro attivo nella prima metà del ‘900, vincitore dell’Herder Prize.

Nella Giornata mondiale della poesia Kalina Muhova ci introduce al suo picture book e alla poesia che l’ha ispirata.

Buona lettura!

 

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Come è nato questo libro?

Il libro è nato, principalmente, dalla collaborazione con Zornitsa Hristova, che è l’editor di Tochitza, la casa editrice bulgara per cui è uscito originalmente Il Balcone. Ci siamo incontrate alla Fiera del libro per Ragazzi nel 2016 e ci siamo messe a parlare dei bei libri che abbiamo visto lì, tra cui tanti silent book. Ci piacevano molto e alla fine eravamo tutte e due d’accordo sul fatto che un libro del genere manca proprio in Bulgaria. E così, abbiamo deciso di lavorare insieme.

Perché hai deciso di trattare questo tema?

Zornitsa aveva già in mente un idea piuttosto precisa, ovvero partire da una poesia di Atanas Dalchev e sviluppare una storia parallela (ma comunque collegata) all’opera del poeta. Mi ricordo l’entusiasmo che ho provato quando lei mi ha proposto questo progetto: ho sempre voluto lavorare su un libro senza parole e poi, la poetica di Dalchev era molto vicino al mio mondo e ai miei disegni. Insomma, non potevo dire di no a questo punto. 

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Credo che l’illustrazione, specialmente quella che non viene accompagnata dalla parola scritta (come accade nei silent book), sia la forma d’arte visiva più vicina alla poesia.

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Parlaci un po’ di Atanas Dalchev…

Atanas Dalchev è un poeta, traduttore e critico d’arte nato all’inizio del ‘900. Lui è stato una figura molto importante nell’ambito letterario in Bulgaria, perché era uno dei pochi in quell’epoca che ha affrontato tematiche legate al realismo e alla cosiddetta verità, in tutti i suoi aspetti, incluse le parte sgradevoli.

La prima volta che ho letto qualcosa di suo è stato durante i miei studi a Sofia. Mi aveva colpita l’atmosfera cupa e quasi soprannaturale che avvolge tutte le sue poesie, pur raccontando vicende apparentemente banali che appartengono alla quotidianità. L’ho approfondito meglio quando mi è stato commissionato l’albo Il balcone.

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Chi sono i tuoi poeti bulgari preferiti?

A parte Dalchev, apprezzo molto i lavori di Dimcho Debelyanov. Riescono a commuovermi ogni volta che li leggo. Lui è nato a Koprivshtica, il paesino di mio padre, dove ritorno ogni estate. Quando sono li, vado spesso nella sua vecchia casa e rileggo le sue poesie piene di nostalgia. Ogni volta credo di capirlo un po’ meglio.

 

Quali sono gli aspetti che ami di più della poesia e ci sono delle cose che la poesia ha in comune con il tuo lavoro di illustratrice?

Credo che l’illustrazione, specialmente quella che non viene accompagnata dalla parola scritta (come accade nei silent book), sia la forma d’arte visiva più vicina alla poesia. In tutti i due casi, la narrazione avviene attraverso la contemplazione lenta dei minuscoli dettagli che l’autore/illustratore ci ha lasciato da scoprire.

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Atanas Dalchev

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Kalina Muhova

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Quello che voleva essere | Intervista a Carol Swain

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Quello che voleva essere

Carol Swain

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Quello che voleva essere è il graphic novel che ha consacrato Carol Swain tra i più interessanti fumettisti del panorama europeo, meritandole la definizione di «Raymond Carver del fumetto britannico» (Time Out). Un’opera con un ritmo cinematografico che si rivela un tesoro inaspettato, ricco di dettagli naturalistici e di eventi fantasmagorici.

Carol Swain ci ha raccontato la nascita di questo gioiello.

Buona lettura!

 

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Cosa ha ispirato questo libro e perché hai scelto di raccontare questa storia?

Il graphic novel è stato ispirato dal mio vicino, poi diventato Emrys, personaggio del graphic novel. Sono stata influenzata dalla sua storia, dalla sua vita e la sua morte. Anche il paesaggio del Galles è stata una forte componente che ha dato vita a Quello che voleva essere

Per rispondere alla seconda, non sono davvero sicura di aver deciso di raccontare la storia. Le storie prorompono con forza, trovano la loro strada nella coscienza di ognuno. Se sono forti abbastanza, allora devono essere scritte. 

Quali sono tuoi i punti di riferimento artistici?

Tanti libri, film e canzoni. Per fare qualche esemio: Jack Moriarty, Mark Beyer, Raymond Carver, Sherman Alexie, Richard Brautigan. Malick, Tarkovsky, Bresson, Kieslowski. E ancora, Sleep furiously, un film  di Gideon Koppel.

Parlaci della copertina…

La copertina di Quello che voleva essere è una rappresentazione del paesaggio rurale in cui sono cresciuta, quello del Galles. La figura è il personaggio centrale – Emrys il contadino. Rappresentarlo da solo in mezzo al paesaggio mi sembrava il modo adatto per il suo stile di vita. La copertina è stata disegnata con matite colorate

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Raccontaci dove lavori e come…

Mi sono appena trasferita in una nuova casa e devo ancora abituarmi al mio studio. Di fronte, posso vedere in lontananza il mare e un tavolo di pino usurato. Il lavoro di solito comporta periodi prolungati di distrazione resa più grave dall’accesso a Internet. Essere un’autrice di graphic novel comporta tantissimo lavoro autonomo. 

Cosa ti piacerebbe trasmettere al lettore?

Un senso di integrità e solidità, le stesse della protagonista e del luogo.

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