Sara Marconi scrive libri per ragazzi e poi li presenta nelle scuole, nelle biblioteche, nelle librerie. Fa anche l’editor, la traduttrice, la formatrice e dirige il Mignolo, il supplemento dell’Indice dei libri del mese dedicato ai libri per bambini e ragazzi.





 

 

Ciao Sara, da lettrice, scrittrice e formatrice, in che modo ti sei avvicinata ai fumetti?

I fumetti sono state le mie prime storie. A casa mia si leggeva Linus, e lo leggevo anche io. Oggi mi sembra strano (Valentina, ad esempio, o – per tutte altre ragioni – Doonesbury) ma all’epoca era normale che una bambina avesse accesso a contenuti oggi considerati “troppo adulti”. Comunque selezionavo automaticamente, come hanno sempre fatto tutti i bambini e le bambine del mondo, e in periodi diversi ho letto storie diverse, saltando quello che non mi interessava. E poi c’era Asterix, naturalmente. Ore di Asterix. Poi Jeff Hawke. Adesso sono io che regalo l’abbonamento a Linus a mio padre, ma questa è un’altra storia.

 

Ti è capitato di parlare di fumetto in una classe? Che reazioni ci sono state?

Io faccio molta formazione agli/alle insegnanti (facevo, in epoca pre-covid – ma spero torni). È una parte importante del mio lavoro. Parlo sempre sempre sempre di romanzi a fumetti/ graphic novel, anche perché credo che siano tra le cose più interessanti successe nella letteratura per ragazzi degli ultimi anni. Ho addirittura un modulo di formazione solo su questo. È un tipo di letteratura che spesso gli/le insegnanti non conoscono, ma vedo che sono molto interessati a scoprirla. Aggiungo, andando consapevolmente fuori tema, che sul Mignolo, la rivista che dirigo, scrivo solo di graphic – mi sono ritagliata quello spazio, e non a caso.

 

Nel tuo lavoro di scrittrice ti capita spesso di incontrare bambine e bambini in classe, in che modo conquisti la loro attenzione?

Questa è una domanda che richiederebbe una risposta-fiume. Cerco di riassumere – la questione degli “incontri con l’autore” è complessa, a mio parere. Se in classe non si è fatto un lavoro sul libro o i libri di quell’autore (nel mio caso autrice) si rischia che – anche legittimamente – i bambini e le bambine si aspettino una performance, uno spettacolo, uno show. Ma la scrittura è un mestiere diverso, non è teatro. Detto questo, e paradossalmente quasi in contraddizione con questo, io quando vado nelle classi porto oggetti di scena, bambole, pupazzi, spade, vestiti. E proietto le illustrazioni dei libri. Io scrivo romanzi, a volte lunghi: è l’unico modo che ho trovato, negli anni, per far “assaggiare” la storia in poco tempo. E poi ci sono le loro domande, che spesso occupano una gran parte del tempo – quella è una parte meravigliosa, che è sempre molto vitale (e utile) per il mio lavoro.

Immagino che questo percorso, anche performativo, ha avuto bisogno di un po’ di rodaggio e mi chiedo, come sei entrata per la prima volta in una classe? Quali aspettative avevi e in che modo poi si è svolta la tua prima esperienza di autrice davanti a piccoli lettori e piccole lettrici?

Vuoi sapere la verità? Non me lo ricordo più. Era più di vent’anni fa, e nel frattempo ne ho fatti centinaia, forse migliaia. Mi ricordo invece il mio primo incontro in assoluto, in una libreria. Era metà marzo del 2000. Avevo organizzato tutto nei dettagli, avevo costruito dei materiali così ben fatti che li uso ancora adesso, mi ero perfino comprata dei pantaloni apposta perché volevo vestirmi come uno dei personaggi del mio libro. Con grande concentrazione ho fatto l’incontro, poi una bambina ha alzato la mano per la prima domanda. Dimmi, le ho chiesto tutta emozionata. E lei: perché hai la erre moscia? Ecco – diciamo che lì ho capito quello che poi ho cercato di applicare in tutti gli incontri successivi: bisogna prepararsi molto, con grande serietà e rispetto per i lettori e le lettrici che si incontreranno; ma poi essere disposti a farsi portare altrove, senza rigidità. Quando ci riesco è molto bello.

Quali sono i feedback, anche a distanza di tempo, che ti arrivano dalle classi dopo aver fatto “assaggiare” le storie?

Spesso i bambini e le bambine mi scrivono dopo l’incontro. A volte nasce una specie di dialogo, molto interessante. Ancora più spesso le maestre (e i rari maestri) mi mandano foto, racconti dei bambini, commenti “del giorno dopo”. Quando le/gli insegnanti lavorano bene prima (e devo dire che la maggior parte delle volte è così, almeno nella mia esperienza) l’incontro con un autore o un’autrice può diventare una cosa davvero significativa per una classe. C’è da dire che negli ultimi anni io ho dovuto ridurre la mia attività con le scuole – posso andare dove vado e torno in giornata, perché mi è difficile lasciare mia figlia. Anni fa mi muovevo molto di più. Ma per fortuna poi ci sono i festival, che sono spesso d’estate… e lì è più facile. E si incontrano tantissimi bambini e bambine tutti insieme, è un’immersione meravigliosa.

 

Riguardo al rapporto tra il fumetto e l’infanzia, la mia sensazione è che, dopo un periodo abbastanza buio, dove anche le case editrici erano molto distratte dai graphic novel solo per adulti, ci sia stato un riavvicinamento. Tante collane e iniziative varie hanno portato l’interesse per il fumetto anche nei festival dedicati all’infanzia, nelle biblioteche, nelle librerie e, finalmente, nelle scuole. L’arrivo dei fumetti anche dove non erano più abituati a esserci, cosa ne pensi?

Come ti dicevo secondo me c’è un grande interesse da parte degli/delle insegnanti. Spesso non una grande conoscenza, però un grande interesse. Alcuni se pensano al fumetto pensano alle strisce. Altri al racconto breve. Non molti, mi pare, pensano al romanzo, che però è quello che oggi interessa di più a me. Ragionare sulla ricchezza narrativa delle storie a fumetti spesso spiazza ancora alcuni interlocutori. Spiazza immaginare che ci sia una costruzione dei personaggi profonda e dettagliata, magari anche più profonda e dettagliata di quello che succede in alcune storie di parole. Spiazza parlare di generi letterari diversi, spiegare che il fumetto non è un genere bensì un linguaggio – poi ci sono i romanzi d’amore o i gialli, il fantasy o la divulgazione… e tutti possono essere raccontati a parole, oppure attraverso i fumetti. Insomma, avrei molto da dire. Però voglio sottolineare ancora che l’interesse c’è, sono sempre gli argomenti su cui ricevo più domande nei miei incontri di formazione.

Secondo te il fumetto, sia come lettura che come studio del linguaggio, potrebbe essere inserito nei percorsi di formazione della scuola primaria e secondaria? In che modo?

Io mi ricordo che quando facevo le medie (allora si chiamavano così, parliamo di 35 anni fa) avevo partecipato a un progetto per cui avevamo trasformato la storia di Romeo e Giulietta in un fumetto. Posso dire che la mia passione per Shakespeare è nata allora, e che sono molto grata a quel lavoro. Quello che intendo dire è che non so se ci sono ricette univoche – sarebbe bello che il fumetto entrasse a scuola, così come sarebbe bello che a scuola entrassero gli autori di narrativa contemporanea, che non si chiedesse di leggere sempre e soltanto quello che veniva letto cinquant’anni fa. Credo che il punto non sia lavorare con i bambini e le bambine, ma in prima battuta con le/gli insegnanti – vedranno poi loro come usare tutta questa “letteratura nuova”, di parole o a fumetti. Prima però la devono incontrare loro.

 

Concludiamo con tre titoli a fumetti adatti per la scuola.

Pensando ai più piccoli non riesco a non citare i tuoi Timothy Top, perché coprono una fascia d’età difficile, per cui c’è meno. Poi naturalmente Raina Telgemeier, è fin troppo facile. Mi verrebbe da dire tutto, ma per iniziare Smile. Infine quest’anno io sono stata fulminata da Aldobrando, di Gipi e Critone.

 

Per la rubrica Una vignetta alla volta Gud dialoga con i professionisti del settore su fumetto e didattica. Scopri  dipiù: