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Toccare temi sociali importanti, quali la diversità, l’integrazione sociale che vivono delle leggi e delle regole di una società, non è mai facile, come non è facile accettare ciò che è diverso dalla normalità.

Ma in fondo, qual è la definizione di normale? È normale qualcosa perché siamo noi a considerarla tale, o perché lo dice la società in cui viviamo?

La Tunué da sempre affronta questi temi delicati, forse scomodi per i più, e lo fa attraverso uno dei modi più semplici e diretti che ci sia di comunicare un messaggio: il fumetto. Ecco allora che nascono graphic novel semplici ma dotati di una potenza comunicativa incredibile, capaci di suscitare sentimenti contrastanti, di allargare il pensiero, di abbattere le credenze comuni e di cambiare la nostra visione del mondo.

Tre graphic che toccano il cuore

Vi proponiamo tre graphic, delicati e carichi di significato, che sapranno toccare i vostri cuori, lasciandovi forse un senso di smarrimento iniziale ed emozioni talmente diverse da risultare impossibili da dimenticare.

Il tema della diversità viene affrontato attraverso gli occhi innocenti di tre bambine. Anita non è come le sue coetanee. Non ama il rosa, le bambole o i vestiti, vorrebbe essere libera di esprimere se stessa come suo fratello, fortunato di essere nato maschio.

A pensarla come lei è Tina, una sua compagna di classe, un maschiaccio che ama fare a botte e rotolarsi nel fango. Lei e Anita sono diverse semplicemente perché non si conformano con le regole della società in cui sono nate. Ma è davvero giusto che alle femmine piaccia il rosa e ai maschi il blu? È giusto che le ragazze debbano indossare la gonna e non la cravatta? Qual è il confine tra normale e il fuori dagli schemi? Non è forse un limite che creiamo noi stessi prima degli altri?

Le due bambine fanno presto amicizia con Elena, bella e solare, decisamente femminile ma che sa accogliere e capire il loro bisogno di essere semplicemente libere di esprimere il loro vero io. Perché anche lei vorrebbe fare lo stesso, ma è il suo corpo a tradirla, insieme alla preoccupazione della nonna forse troppo protettiva nei suoi confronti.

Qui c’è tutto il mondo tratta di argomenti profondi e delicati, di un’infanzia difficile ma anche di amicizia, coraggio, accettazione e amore per se stessi. È una storia che parla sia agli adulti sia ai più piccini e che mette a nudo gli stereotipi di genere presenti nella nostra società insieme alle difficoltà dell’infanzia.

Possiamo essere tutto è una storia che parla di integrazione, di stereotipi e pregiudizi, attraverso il commuovente racconto della famiglia Fares, di origine marocchina e di religione islamica, trasferitasi in Italia da molti anni in cerca di migliori opportunità lavorative.

Nella nostra società ci sono ancora moltissimi stereotipi e pregiudizi nei confronti degli immigrati, soprattutto verso i musulmani, che non sono sempre visti di buon occhio ma giudicati semplicemente per il loro desiderio di integrarsi nella società continuando a professare il loro credo religioso. E allora ecco che veniamo catapultati nella vita di tutti i giorni di questa famiglia come le altre, come la nostra, come quella dei nostri amici, una famiglia che non ha fatto male a nessuno ma che deve sopportare gli sguardi, a volte curiosi, a volte giudicanti, delle persone che incontrano.

Raja sogna di aprire una propria libreria, dove poter vendere libri scritti da donne forti e autonome come desidera essere lei, ma viene ostacolata dal ritardo del rilascio del permesso di soggiorno; Amal vuole semplicemente vivere la sua vita di adolescente senza sentirsi costantemente giudicata per la sua scelta di indossare il velo, trovare un lavoro senza subirsi le solite domande inquisitorie sulla sua religione e sull’impatto che può avere nello svolgimento delle mansioni; e poi abbiamo Hadi, il fratello minore che si interroga sul perché i suoi compagni pensino che le donne islamiche siano sottomesse perché indossano il velo, quel simbolo religiosoidentitario e politico espressione di una delle tante dimensioni della loro identità.

Possiamo essere tutto è una storia scritta in collaborazione all’Amnesty International Italia proprio per sfasare tutti quegli stereotipi e pregiudizi sull’Islam e sulle donne musulmane.

Shaun Tan, attraverso il potere della narrazione silenziosa trasporta il lettore in un tempo lontano dove un uomo, costretto dall’indigenza, lascia moglie e figlia per intraprendere un lungo viaggio da migrante. Una storia comune a tutte quelle persone che, con grande forza di volontà e coraggio, fuggono dal proprio paese d’origine con stretto nel cuore il desiderio ardente di trovare una vita migliore, per sé e per i propri cari.

Ci vuole anche coraggio per raccontare una storia che porta dentro di lei i sogni, le speranze, talvolta realizzate, altre volte infrante, di tutte quelle persone coraggiose che sono costrette a questa scelta. Ed è difficile capire veramente i loro sentimenti e i loro pensieri, perché nessuno di noi ha provato sulla sua pelle il loro dolore.

Riusciamo quasi a percepire l’ansia, le paure e le aspettative di tutti gli immigrati a bordo della nave e viviamo le loro stesse aspettative una volte sbarcati nella nuova terra. L’approdo è una storia delicata, traboccante di suoni e di parole appartenenti a lingue diverse. È la storia un immigrato in un mondo immaginario, quasi onirico, con chiari riferimenti simbolici al nostro di mondo, alla storia dell’immigrazione che da sempre, è protagonista della nostra dell’umanità.

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