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“Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e in diritti.”

“Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.”

Articoli 1 e 2 della Dichiarazione universale dei diritti umani

Possiamo essere tutto è una storia che parla di integrazione, di stereotipi e pregiudizi, attraverso il commuovente racconto della famiglia Fares, di origine marocchina e di religione islamica, trasferitasi in Italia da molti anni in cerca di migliori opportunità lavorative. Una storia che parla di quella che viene definita “seconda generazione“, formata dai figli e dalle figlie della prima ondata di migranti e che oggi è costituita da 2,5 milioni di persone, pari al 4,2% della popolazione italiana.

I desideri e i sogni di una famiglia come tante

La famiglia protagonista di Qui c’è tutto il mondo è composta dal padre Salim, dalla madre Nur, dalle figlie Raja e Amal e dal figlio minore Hadi. Influenzati dalle regole e dal modo di vivere del loro nuovo paese, i tre ragazzi vivono in maniera diversa il loro rapporto con l’Islam, così come spesso accade in tante famiglie musulmane. Per Raja l’islam è parte della sua storia familiare e della sua sfera privata, Amal se ne è appropriata nel suo percorso di crescita e lo ha posizionato al centro della sua vita scegliendo di indossare il velo mentre Hadi è l’unico a essere nato a Roma.

Le due sorelle non potrebbero essere più diverse, in continuo bilico tra la loro religione, il volere semplicemente essere se stesse e il desiderio di poter vivere finalmente in Italia senza sentirsi costantemente giudicate dalla società. Ma è inevitabile venire giudicati quando si appartiene a quella categoria di italiani spesso denominati “seconda generazione”, ovvero i figli di quelli uomini e donne che hanno lasciato il proprio paese di origine in cerca di lavoro o in fuga da guerre, carestie, crisi ambientali, persecuzioni politiche e religiose, che rappresentano oggi il nuovo volto dell’Italia.

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Il velo come simbolo della propria identità

Raja sogna di aprire una propria libreria, dove poter vendere libri scritti da donne forti e autonome come desidera essere lei. Amal vuole semplicemente vivere la sua vita di adolescente senza sentirsi costantemente giudicata per la sua scelta di indossare il velo, vivere la sua storia d’amore con il ragazzo che le piace senza dover provare vergogna e il desiderio di nascondersi per i commenti della famiglia di lui, preoccupata che la vita del figlio possa complicarsi per la sua scelta di stare insieme a una ragazza islamica.

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Amal e le difficoltà di controbattere ai comuni stereotipi

E poi abbiamo Hadi che si interroga sul perché i suoi compagni pensino che le donne islamiche siano sottomesse perché indossano il velo, quel simbolo religioso, identitario e politico espressione di una delle tante dimensioni della loro identità. Ma se per le ragazze islamiche il velo è un importate simbolo di ciò che sono, del loro essere, accade spesso che non vengano capite anzi, che diventano oggetto di discriminazione sociale e bersagli della crescente islamofobia, una forma specifica di razzismo che ha come target le persone musulmane in ragione del loro credo religioso, che attraversa l’Italia e l’Europa.

Conosciamo poi la storia dei genitori dei ragazzi, delle ragioni profonde e dolorose per le quali hanno deciso di lasciare il loro paese. Ci scontriamo anche noi con una realtà chiusa, che tende a porre dei limiti e confini ben precisi e costringe una mamma a doversi togliere il velo con l’accusa di aver rubato in un negozio o che ostacola lo stage di una ragazza usando come scusa i soliti stereotipi diffusi nella nostra società.  

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La vergogna di dovere togliere il velo

La messa a nudo di stereotipi e pregiudizi

Cosa rende “noi” veramente “noi”? Quali elementi della nostra identità riteniamo di dover nascondere per non essere bersaglio di atteggiamenti di diffidenza, rifiuto o addirittura di odio?

Esistono quelli che definiamo stereotipi e i pregiudizi. Gli stereotipi sono idee che tutti abbiamo su determinati gruppi di persone, raramente fondate sull’esperienza, e che servono sostanzialmente a semplificare la realtà quando non abbiamo tempo o voglia di soffermarci troppo sulle cose. Gli stereotipi diventano pregiudizi quando iniziamo a giudichiamo le persone senza conoscerle. Ed è allora che si arriva alla discriminazione, quando i pregiudizi si traducono in un’azione e danneggiano ingiustamente una persona o un gruppo di persone, che vengono etichettate come “diverse”, isolate e perseguitate per ciò che sono, o si suppone siano.

I percorsi diversi di Raja e di Amal mettono in discussione molti degli stereotipi sull’Islam e sulle donne musulmane, generalmente considerate sottomesse e descritte in termini monolitici. Le due sorelle, diverse nei caratteri e nelle scelte, sono infatti ragazze autonome e intraprendenti che esprimono la pluralità dei percorsi delle donne dentro l’islam, e allo stesso tempo mostrano che l’islam non è una religione estranea e straniera in Italia, ma ne sta diventando sempre più parte integrante.

Le autrici

Alessia Puleo esordisce nel mondo dei graphic novel proprio con Possiamo essere tutto.

Francesca Ceci collabora, scrivendo di libri, con le riviste Flanerì e Altri animali e cura la rubrica Libri (Quasi) Non Letti su I Libri degli altri. Ha pubblicato articoli e racconti su Senza rossettoIl tascabile, Tre raccontiOblique8x8Firmamento e altre riviste. Badù è il suo primo graphic novel con cui ha vinto il prestigioso premio letterario Città di Como.

Hanno contribuito alla realizzazione di Possiamo essere tutto:
Fatima Bouhtouch, scrittrice
Francesca Cesarotti, Direttrice Ufficio Educazione e Formazione Amnesty International Italia
Renata Pepicelli, Professoressa associata, Islamic Studies and History of Islamic Countries, Department of Civilizations and Forms of Knowledge,  University of Pisa