Matteo Gaspari lavora con Hamelin Associazione Culturale alla curatela e all’organizzazione del Festival internazionale di fumetto BilBOlbul e a diverse attività di promozione alla lettura, divulgazione e formazione sul fumetto e sul videogioco.

 

 

 

Quando sei entrato in una classe a parlare di fumetto per la prima volta?

Direi che per me la prima volta è stata un paio d’anni fa, con una classe di un liceo scientifico di Parma. L’associazione Hamelin di cui faccio parte lavora prevalentemente con medie e superiori, e in quel caso se non ricordo male si trattava di una prima – quindi, in un certo senso, un po’ a cavallo tra le due fasce d’età. Era una classe sul pezzo, non capita sempre, e in generale ricordo che instaurare un dialogo con le ragazze e i ragazzi fu abbastanza naturale: mi aspettavo che si sarebbero presentati con in testa l’idea di “dei fumetti non ce ne frega niente, ma almeno saltiamo due ore di scuola”; invece – se anche quello fosse stato il loro punto di partenza – quasi subito si è avviato un bel dialogo, con un clima d’ascolto e di voglia di scoprire.

 

Qual è il ricordo che ti porti dentro da quell’esperienza?

A parte le questioni personali – l’ansietta della prima volta, di cercare di trasmettere a dei ragazzi la mia passione per il fumetto – ricordo di aver pensato che ci fosse meno pregiudizio di quanto mi aspettassi per questo linguaggio. O, almeno, meno di quanto ne avevo sempre riscontrato di fronte a un pubblico adulto. Non è una costante, e anzi in seguito mi sarei trovato con altre classi ben più refrattarie, ma lì per lì l’impressione era più di avere a che fare con ragazze e ragazzi tendenzialmente abituati al fumetto abbastanza da prendersi bene anche quando si entrava in questioni grammaticali che non ero del tutto sicuro avrebbero fatto presa – lo spazio bianco, il rapporto tra testo e immagine, lo stile e il concetto di lettura delle immagini. Era un po’ come stessimo ragionando insieme sul funzionamento di questo linguaggio, e la reazione fosse tipo “Ah! Ecco come funziona!”.

                                              

 È successo qualcosa che non ti aspettavi, qualcosa che ti ha sorpreso?

Delle tante cose quella che ricordo con più stupore era il background di letture di quella classe. Cominciamo sempre questi incontri chiedendo “Leggete dei fumetti? Cosa leggete?”. E un po’, forse per pregiudizio, ci si aspetta un certo tipo di risposta, soprattutto in base all’età del tuo interlocutore. Invece moltissimi ragazzi risposero Tex, Dylan Dog e Diabolik – perché i loro genitori ce li avevano a casa ma poi si sono appassionati, a dimostrazione che è più facile diventare lettori se hai dei libri a casa. Alcuni Topolino “ma solo quando ero più piccolo” – ché per certe letture c’è ancora del pregiudizio, sono viste come cose da bambini. Immancabilmente molti manga, spesso i titoli forti come L’attacco dei giganti o Death Note ma con incursioni inaspettate – Monster di Urasawa o Le bizzarre avventure di JoJo. Qualcuno che da Corto Maltese era passato poi a Watchmen e Frank Miller e poi a Gipi e avrebbe saputo tenere una lezione sulla nascita del graphic novel, argomentando i motivi della sua predilezione per Crepax su Manara.In generale mi ricordo di essere rimasto stupito, e lo sono tuttora, dalla varietà di letture e dall’insistente presenza di titoli che non i sarei mai aspettato di sentire uscire dalla bocca di un quattordicenne. Il che forse ci dice che quando pensiamo a cosa leggono ragazze e ragazzi di quell’età abbiamo un’idea di partenza un po’ falsata.

 

          

Gli incontri sono soltanto teorici oppure li fai lavorare anche sulla narrazione? Nel primo caso in che modo riesci a coinvolgerli nella lettura? Nel caso invece fossero anche pratici, qual è l’esercizio col quale rompi il ghiaccio?
Con Hamelin ci occupiamo di promuovere la lettura per cui, anche se ci capita di organizzare delle attività pratiche e laboratoriali, perlopiù direi che sono incontri teorici. Quelli che tengo io lo sono totalmente, non essendo autore di fumetti.

Parto sempre chiedendo a loro cosa leggono, ed è sempre piacevole vedere le loro reazioni quando si accorgono che conosci i titoli che citano: non si aspettano che “il professore” abbia mai sentito nominare Attack on Titans o Tokyo Ghoul, e di solito già questo li cattura perché parli un po’ la loro lingua. Poi il nostro interesse è farli interessare (o almeno provarci!) al linguaggio in quanto tale, per cui poniamo sempre grande attenzione tanto alle storie raccontate quanto al lato estetico e formale. Per cui leggiamo insieme delle sequenze e ci interroghiamo sulle domande che pongono e sugli snodi narrativi che si profilano, ma anche sull’uso del linguaggio e su cosa questo ci comunica: l’uso del colore, lo spazio bianco, il ritmo e la regia della tavola, il dialogo costante tra testo e immagine… C’è tutta una complessità linguistica nel fumetto che per un lettore è ovvia e sedimentata ma per chi non si è mai approcciato a questo mondo può risultare una sorpresa, e questa idea che “no, i fumetti non sono il surrogato della letteratura, la versione facile dei libri veri” è spesso il grimaldello per smuovere della curiosità e dell’interesse.

 

Hai avuto mai dei feedback dopo qualche tempo dal tuo intervento a scuola? Classi conquistate dal fumetto che hanno realizzato la loro rivista a fumetti o che rinunciano alla ricreazione per scambiarsi graphic novel?

Spesso i miei interventi fanno parte di percorsi più lunghi che coinvolgono anche incontri specifici sulla letteratura per ragazzi, per cui non capita spesso di avere del feedback diretto dai ragazzi e le ragazze, per così dire. Però gli insegnanti rimangono spesso colpiti in prima persona e dopo l’incontro scrivono per raccontare il neonato (o il rafforzato) entusiasmo della classe per il fumetto. Mi è poi capitato un paio di volte di incontrare nuovamente, a distanza di un anno, una classe incontrata l’anno scolastico precedente. Ed è sempre un piacere constatare che un po’ si sono appassionati, che gli sono rimaste impresse delle cose, magari di linguaggio, che riconoscono nelle letture nuove che gli vengono proposte.

 

L’esercizio che fai fare per farli innamorare del fumetto?

Data la natura più “teorica” dei nostri incontri, non si tratta tanto di esercizi quanto di scegliere i titoli giusti da proporre e le chiavi d’entrata migliori per farli arrivare. È sempre una questione di condividere un momento di lettura e di commentarlo assieme, ma poi ovviamente dipende da fumetto a fumetto. Può essere un colpo di scena, come nel caso di Cinema Panopticum, oppure un personaggio iconico o una tavola particolarmente forte. In generale ci interessa che passi che quel dato momento, o personaggio, o colpo di scena arriva in quel modo lì proprio perché è in un fumetto, e che sarebbe stato diverso (non meglio né peggio, diverso) se si fosse trattato di un libro o di un film o di un videogioco. Se passa la specificità del linguaggio e i ragazzi e le ragazze se ne innamorano allora il gioco è fatto.

 

 

Un consiglio per le maestre e i maestri che vogliono introdurre il fumetto a scuola?

Il primo consiglio che darei, che può magari sembrare controintuitivo, è che introdurre il fumetto a scuola non è mica obbligatorio, e quindi se lo si vuole fare bisogna necessariamente farlo bene. Credendoci. Che può apparire un commento scontato, ma troppo spesso non lo è. E crederci vuol dire tante cose. In primo luogo vuol dire smettere di pensare al fumetto come cavallo di Troia per far arrivare i ragazzi, magari quelli “più svogliati”, ai libri, per farli finalmente appassionare alla lettura.

Poi significa anche saper scegliere e proporre i fumetti giusti, magari anche avendo un po’ di conoscenza delle letture dei ragazzi che è così facile snobbare o lasciare da parte (recuperarsi 30 volumi di un manga non è impresa facile!). Questo a sua volta significa essere lettori in prima persona: leggere un fumetto è un’attività ben diversa da leggere un’opera di narrativa, richiede altre competenze, e non ci si può aspettare che un’attenzione o un approccio superficiali possano portare a un qualche risultato, anche se mossi dalle migliori intenzioni. Per cui questo credo sarebbe il mio consiglio: provarci solo se lo si vuole fare davvero, sapendo che provarci comporta del lavoro e delle letture da farsi in prima persona, senza sufficienza né con la speranza che leggere i fumetti porti o debba portare ad alcunché al di fuori di leggere altri fumetti!

 

Concludiamo con tre titoli a fumetti per le scuole medie?

Sceglierne solo tre non è mica facile, ma ci proviamo! Uno potrebbe essere Sempre pronti di Vera Brosgol, che è un’autrice bravissima che sa toccare le corde giuste. Poi direi l’accoppiata Aldobrando di Gipi e Critone e La saga di Grimr, soprattutto in coppia aprono a mille discorsi interessanti e, anche se non sono specificamente targettizzati per le medie, benestare degli insegnanti permettendo fanno sempre un certo effetto sui ragazzi e le ragazze. E se posso permettermene un quarto… stiamo tutti aspettando l’arrivo in italiano di This was our pact di Ryan Andrews. Era stato annunciato da Castoro, speriamo arrivi presto perché è fantastico!

 

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