Disponibile dal 4 Marzo il manuale Professione Sceneggiatore. Strutture e strumenti per scrivere storie di Sergio Badino edito Tunué.

Un testo frutto di esperienza e passione nell’insegnare le pratiche di scrittura ed i trucchi del mestiere. Per tutti gli scrittori in erba, i navigati e per chi vuole fare dell’arte della sceneggiatura il pane quotidiano.  Un manuale che insegna come scrivere ogni forma di narrazione, dai videogiochi alla narrativa; dallo script di un film al soggetto per un fumetto.

Un libro ricco di suggerimenti, idee, scritto in modo chiaro, diretto e frutto di esperienza fatta sul campo. 

Scrivere e un’arte e come tutte le arti ha bisogno di pratica e di un Cicerone che sia pronto a guidarti passo dopo passo, anche durante la fase del blocco dello scrittore.  Sergio Badino, sceneggiatore di Topolino e PK , uno dei protagonisti del fumetto italiano contemporaneo, guida il lettore, con leggerezza ed ironia, con esempi limpidi ed esercizi pratici, funzionali e divertenti alla scoperta di un mestiere troppo spesso forse tenuto in ombra. 

È elettrizzante vedere come da bianco il foglio si colori delle differenti sfumature frutto delle tue idee. Scrivere una sceneggiatura è entusiasmante ma è anche un lungo percorso ad ostacoli perché prima di vedere la luce il testo deve attraversare diverse fasi.  

Perché scegliere proprio questo manuale per scrittori?  Lasciamo che sia l’autore a darci un assaggio di ciò che ci aspetta. 

 

 

 

– Ricorda il suo avvicinamento alla scrittura? C’è stato un momento preciso della sua vita in cui ha pensato ‘voglio fare della scrittura il mio futuro’? 

Ciao, grazie e un saluto anche a tutti i lettori. Ho sempre amato narrativa, cinema e fumetto, fin da bambino. Dopo il liceo decisi che volevo fare del fumetto la mia professione e mi iscrissi a un corso triennale a Milano. Pensavo principalmente a fare il disegnatore e avrei voluto scrivermi da solo le storie; quando però cominciai le lezioni di sceneggiatura, mi resi conto nel giro di pochissimo che quello che per me contava davvero era il processo creativo di costruzione della trama, partendo da zero. Disegnare la storia, una volta scritta, mi annoiava: ciò che mi appassionava erano ideazione, soggetto e sceneggiatura, lo capii molto presto, e abbandonai il disegno per dedicarmi solo alla scrittura. 

– Questa edizione cosa ha in più rispetto alle precedenti? Cosa è cambiato nel panorama della narrazione in questi 14 anni? 

È cambiato molto: per esempio 14 anni fa Netflix – capostipite di tutte le piattaforme di streaming – non esisteva, e non c’era (almeno qui da noi) nemmeno nel 2012, quando uscì la seconda edizione di Professione sceneggiatore. Il linguaggio della serialità televisiva disponibile a casa a basso costo ha influenzato ogni altra forma di scrittura. 14 anni fa andavamo al cinema e compravamo dvd, oggi no, o comunque meno, un po’ anche a causa della pandemia. Queste evoluzioni sono normali e cicliche: l’umanità evolve perfino nei modi di narrare, ecco perché pure i manuali di scrittura devono stare al passo con i tempi. Anche Professione sceneggiatore lo fa: la prima edizione era dedicata soprattutto al fumetto, ma dalla seconda l’obiettivo è stato quello di mostrare i punti di contatto tra le varie forme di scrittura affinché l’aspirante autore potesse farne un punto di forza e passare con disinvoltura da una all’altra. Questo, oggi, per chi vuole affacciarsi sul mercato e diventare autore, è fondamentale. In questa nuova edizione ho cercato di rafforzare il concetto: far capire che, oggi più che mai, le forme di scrittura e narrazione parlano tra loro, si contaminano e si influenzano a vicenda. Serialità televisiva e narrativa, cinema e fumetto, videogiochi e pubblicità… dobbiamo tener conto di tutto e sapere che ciascuno di questi linguaggi si rifà ad alcune strutture comuni. Partendo, quindi, dall’ideazione della storia e dalla costruzione della trama ho analizzato il linguaggio del fumetto e quello del cinema per poi arrivare alla narrativa, a cui ho dedicato un inedito, corposo capitolo finale. Poi ho approfondito qua e là diverse cose: per esempio, riguardo al fumetto, mi sono soffermato parecchio sulla scrittura di una sceneggiatura a gabbia (o griglia) libera. 

– Lei parla di “principio” inteso in due modi differenti, può spiegarlo ai profani? 

Il “Principio” di Professione sceneggiatore è un concetto che l’aspirante scrittore dovrebbe metabolizzare: da una parte sta a significare che ogni forma di narrazione – fumetto, cinema, serie tv, narrativa, videogiochi, eccetera – si basa, in principio, sull’ideazione di una storia, vero e proprio terreno comune con regole condivise; questo concetto diventa poi a sua volta regola da applicare: se noi comprendiamo e assimiliamo il fatto che la scrittura delle prime fasi di ogni storia, qualunque sia la forma in cui la stessa sarà poi declinata – cioè qualunque sarà poi il suo aspetto finito – si fonda in principio su queste regole condivise, saremo facilitati nel momento in cui vorremo poi passare da una all’altra. Una volta compreso e digerito questo Principio, un romanzo, un film e un fumetto non sembrano poi così differenti. 

 
– Una sua affermazione mi ha molto colpita, nella scrittura ci vuole tecnica e cuore, crede, quindi, che si possa imparare a scrivere o sia un talento innato? 

Credo che, come per tutte le cose, vi sia una predisposizione, che sfocia probabilmente nella passione per le storie. Ciascuno di noi può avere più o meno talento, ma non è quello che conta: è la determinazione, la perseveranza, a fare la differenza. Ho avuto studenti molto talentuosi, ma meno determinati, e li ho visti a volte più in difficoltà. Altri, con meno talento, ma più costanti, hanno raggiunto più in fretta determinati obiettivi. Allenamento (sì, proprio come in una disciplina sportiva), esercizio, lettura e studio sono fondamentali quando si ha la passione per la scrittura e la predisposizione a raccontare storie. Chi vuole fare della scrittura il proprio lavoro deve mettersi in testa che servono pratica, studio, tenacia e umiltà. Quando parlo di tecnica e cuore voglio dire che imparare le regole della scrittura non è sufficiente se non si mette passione in ciò che si scrive, così come la sola predisposizione, il solo istinto non bastano: bisogna anche studiare. 

– Se le chiedessi un esempio di sospensione dell’incredulità? 

Ogni volta che apriamo un fumetto o un romanzo, ogni volta che guardiamo un film o una serie tv, ci affidiamo al suo autore e limitiamo automaticamente la nostra capacità critica perché vogliamo farci raccontare una storia ed essere avvolti dalla vicenda, perderci in essa, proprio come quando, da bambini, chiediamo ai nostri genitori che ci leggano qualcosa. Fa parte del DNA dell’essere umano. Quindi, a meno che l’autore non si spinga troppo in là rendendo inverosimile ciò che sta raccontando anche attraverso il modo in cui lo narra, lo spettatore (o il lettore) è disposto a credergli e a seguirlo, qualunque cosa scriva. La sospensione dell’incredulità è un meccanismo automatico, innato, che anche scrittori e sceneggiatori possiedono, anche se di norma hanno – o dovrebbero avere – più senso critico e distacco professionale. 

 

 

– Immedesimazione, aspirazione, trasgressione? 

Ogni personaggio immaginario possiede immedesimazione, aspirazione e trasgressione, in particolare protagonisti e antagonisti. Ci immedesimiamo in loro, aspiriamo a essere in qualche modo come loro (nel senso che ci piacerebbe fare le cose che fanno loro) e li amiamo perché trascendono le regole come vorremmo a volte fare anche noi. Nel momento in cui ideiamo un personaggio nuovo, anche se non ce ne accorgiamo, anche noi ragioniamo in termini di immedesimazione, aspirazione e trasgressione. 

– Lei suggerisce di guardarci intorno per catturare quante più storie possibili ma sconsiglia l’autobiografia. Secondo lei non è opportuno prendere pezzi della propria vita e ‘addossarli a un personaggio’? 

Sconsiglio l’autobiografia fine a sé stessa, nel senso di riproposizione senza filtri delle proprie vicende personali. È deleterio pensare che possano interessare a qualcuno, però purtroppo è un errore che si presenta di frequente, soprattutto tra chi sta cominciando un proprio percorso di scrittura. Invece prendere ispirazione dalle proprie vicende personali per incollarle, qualora càlzino, a quelle dei nostri personaggi, fa parte del processo di creazione di una storia. Le vicende autobiografiche vanno filtrate dalle maglie di una solida e ben costruita storia, quindi è bene, prima di voler inserire brandelli della nostra vita, verificare di conoscere strutture e strumenti. 

– Come si crea il passato di un personaggio? 

Trattando prima di tutto il personaggio come una persona vera e non come un’entità bidimensionale, che nasce e muore all’interno della storia che stiamo raccontando. Un autore dovrebbe considerare il suo protagonista (o un comprimario) come un amico conosciuto in vacanza: sappiamo che quella persona esisteva già prima che la incontrassimo in montagna, così come continuerà a esserci nel momento in cui andremo via. Chiediamoci allora quale sia stata la sua vicenda passata prima che facessimo la sua conoscenza: sicuramente la potremo intuire da una serie di elementi quali gestualità, modo di parlare, argomenti affrontati, abbigliamento… Lo stesso dovrebbe avvenire con un personaggio immaginario: l’autore dovrebbe conoscerne così bene il passato da presentarlo poi, quando la storia inizia, così com’è, con un solido vissuto alle spalle che traspaia dal suo stesso essere e senza troppe spiegazioni, da fornire al lettore/spettatore soltanto se dovessero rivelarsi necessarie per la storia che stiamo scrivendo. 

La scrittura di una sceneggiatura di un film è differente da quella di un prodotto in serie? 

Tecnicamente no, nel senso che linguaggio tecnico e aspetto della sceneggiatura per lo schermo, piccolo o grande che sia, non cambiano. Forma, dimensione, spazio narrativo e contenuto sono invece differenti: un film non è lungo più di tanto, in media due ore, e si concentra normalmente sulla vicenda di un personaggio principale circondato da vari comprimari meno sviluppati rispetto al protagonista; la stagione di una serie tv può durare anche dodici ore complessive e quindi, sebbene vi sia sempre una figura centrale di riferimento, i personaggi sviluppati quanto il protagonista possono essere diversi, e le loro vicende più articolate, con una pluralità di sotto-trame che s’intersecano. Per questo la struttura della serie tv è molto più simile a quella di un romanzo di quanto non si pensi. 

– Un consiglio per chi vuole intraprendere questa professione? 

Studiate: lo studio continuo è la base costante del nostro mestiere. Leggete, viaggiate, fate sì che la cultura vi arricchisca. Scrivete molto e siate determinati, ma umili; sottoponete i vostri lavori a persone competenti e accettatene il giudizio anche quando non coincide con la vostra opinione: possiamo sempre imparare qualcosa che non sappiamo. Andate avanti per la vostra strada e confrontatevi con il lavoro degli altri solo in modo costruttivo, per imparare qualcosa, e mai paragonandovi in termini di bravura: ci sarà sempre qualcuno più o meno bravo, non è questo il punto. Siate sempre curiosi, lasciatevi stupire dal mondo e dalle persone: tutto può essere materiale per una storia.