di Lorenzo Barberis

Colori invisibili di Sabrina Gabrielli è la sua opera d’esordio nel fumetto, dove debutta come autrice completa. Gabrielli è però un’artista di livello internazionale come poster artist, e la solidità artistica si vede in un fumetto molto maturo per vari aspetti, specie come opera di esordio. Edito da Tunué, l’opera si caratterizza innanzitutto per l’originalità dell’idea, che crea l’occasione di un perfetto connubio di testo e immagine (per chiarirlo, dovremo anticipare lo spunto di partenza del fumetto, che si comprende comunque nell’arco delle prime pagine).

La protagonista Leila infatti da due anni non vede più a colori. Le prime tavole ci appaiono quindi nel bianco e nero seppiato del suo attuale stato di visione, che riflette anche, sottilmente, il grigiore della sua attuale routine. L’arrivo in scena di Luca, che lavora come fattorino delle pizze, crea una rottura sorprendente di questo equilibrio: Luca appare infatti circonfuso di una luce arancione, che lascia Leila stupita.

A questo punto il lettore non sa ancora che il bianco e nero è diegetico, ovvero parte della storia, e può anche pensare che si tratti solo di una metafora del grigiore della vita della ragazza (come in effetti è, anche, a un secondo livello), e che l’apparizione crei turbamento, magari, per un colpo di fulmine o comunque una forte impressione, sottolineato dalla vivacità dell’arancione. Un flashback (segnato dal bordo smussato delle vignette) ci chiarisce però gradualmente la situazione precedente, lasciandoci intendere un problema visivo della ragazza. Nel flashback, prima dell’operazione, notiamo un bianco e nero ancora più radicale, che corrisponde allo stato di Leila prima dell’intervento che le darà una parzialissima percezione cromatica.

Un ritorno all’attualità ci chiarifica sempre di più quanto sta accadendo, e mentre comprendiamo meglio la natura del problema ottico di Leila, notiamo che quando il focus si sposta su un personaggio che vede normalmente i colori, la colorazione dell’albo si adegua. Questo gioco cromatico si pone come elemento semplice, facilmente comprensibile ma piuttosto brillante, e non tentato, a quanto ne so, in questa forma (mentre, ovviamente, frequente è l’uso simbolico dell’alternanza di monocromatico e colore nel fumetto, dove spesso il primo serve a ricostruire il passato o a sottolineare un cambiamento, solitamente cupo, di tono emotivo).

Al di là dell’originalità dell’idea, l’autrice mette comunque dichiaratamente al centro la narrazione, e anche la particolare soluzione visiva è al servizio della storia. Tuttavia, una volta così impostata, la storia è tale che, in questo modo, può essere narrata solo a fumetti, e fuori del fumetto, per quanto resti possibile (specie in un medium visivo, come il cinema o, magari meglio ancora, l’animazione) perderebbe qualcosa di questo sottile equilibrio.

A parte questo singolare e intrigante espediente visivo, di innegabile originalità, Colori invisibili si caratterizza quindi per un montaggio di tavola (e in genere una narrazione) elegante ma piano, basato su una struttura di griglia “a mattoncino” all’italiana, su tre strip, con occasionali variazioni, e un segno morbido, cartoonistico, dall’efficace sintesi personale ma in continuità con certe moderne soluzioni verso un segno “più fumettoso” connesso a storie più mature: dall’euromanga a Zerocalcare, per dire. Coerentemente col “tema cromatico” del volume, però, si rinuncia al segno di contorno, rendendo le tavole particolarmente vivide e ancor più rispondenti al tema di fondo, giocato sulla percezione della luce. Le campiture piatte, inserite in elaborazione digitale con Photoshop su tavole disegnate e inchiostrate a mano, contribuiscono a questa complessiva sensazione di elegante (e, ovviamente, per nulla facile) semplicità.

La storia si sviluppa così sull’investigazione dell’anomalia cromatica riscontrata da Leila, che corrisponde anche a un maggiore movimentarsi della sua vita rispetto a un certo grado di reclusione. Tale problema, raro, esiste davvero ed è denominato “acromatopsia”; anche Oliver Sacks ne parla nel suo celebre L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. La storia assume poi una valenza più corale dopo l’incontro con Luca, con la sua band, i “Pastel Grannies” (che esistono davvero nel mondo reale), e con gli amici e famigliari dei vari personaggi che iniziano a intersecare le loro vite.

Si crea quindi un doppio piano d’interesse: alla storia del problema visivo e della sua soluzione, che costituisce l’aspetto più innovativo (anche per la raffinata soluzione cromatica, di cui abbiamo detto), si intreccia la vicenda in stile slice of life, tipica del graphic novel italiano contemporaneo, condotta con un particolare garbo dall’autrice, che crea un affresco gradevole e attento degli alti e bassi di una nuova generazione – tra Millennials e Generation Z – sempre più protagonista, anche come autori.

L’autrice, nella sua intervista per il sito Tunuè, sottolinea a tale proposito come il character design dei personaggi non sia studiato a tavolino ma nasca dal flusso della narrazione, e forse questo ha avuto una parte nella struttura meno “paradigmatica” dei vari personaggi, e in una certa loro “apertura” che li lascia mai del tutto definiti (e quindi, per certi versi, più naturalistici e credibili).

Un punto di merito che si collega a tale scelta è l’essere Colori invisibili un romanzo fumettistico che è davvero corale: i personaggi che si incontrano hanno tutti una loro tridimensionalità, un loro arco narrativo che non li riduce a mere figure di contorno della protagonista. Inoltre, un altro punto di forza è una narrazione che, pur rimanendo avvincente (anche grazie all’altro filone, quello dell’indagine sul fenomeno che sta colpendo Leila) rinuncia a schematismi e facili colpi di scena e mette davvero in campo un “tranche de vie” abbastanza credibile e realistico. I personaggi hanno una loro complessità, figure tendenzialmente positive ma colte anche in fissazioni, ossessioni personali, piccoli conflitti che contribuiscono a questo clima di credibilità generale dell’opera. Realistico e ben tratteggiato anche il contesto dei protagonisti, ognuno alla ricerca di un difficile (e diverso per ciascuno…) equilibrio tra lavoretti precari meno gratificanti e progetti creativi-artistici.

Un aspetto particolarmente positivo nella misura in cui l’opera, per un certo segmento di pubblico “young adult” che pare costituire un riferimento ideale (ragazzi dei primi anni delle superiori, o magari delle medie). La storia infatti si pone come “romanzo di formazione” che tocca con delicatezza vari punti importanti dell’esperienza di crescita, consentendo al giovane lettore una riflessione (autonoma o, magari in un contesto di proposta didattica, guidata). Anche a tale proposito, appare positivo il finale piuttosto aperto: senza entrare troppo nel dettaglio, da un lato si risolve l’enigma su cosa sta succedendo a Leila, ma senza – a un primo livello – happy ending, cosa appunto di un certo rilievo sotto il profilo anche “educativo” dell’opera, che mostra come non sempre ci siano soluzioni miracolistiche ai problemi – più o meno gravi – che possono condizionare la vita di una persona. Dall’altro lato – quello delle relazioni, non quello del problema ottico-medico – il finale è aperto, ma anche con una certa maggiore relazionalità di Leila rispetto alla situazione iniziale.

E in questo è forse il senso del particolare equilibrio di Colori invisibili: in una storia incentrata su un particolare problema ottico, mostra al giovane (e meno giovane) lettore come la complessità del reale non possa essere ridotta al monocromatico del bianco e nero.


+ SPESE DI SPEDIZIONE GRATUITE

TI INTERESSA

IL MONDO               ?

Iscriviti alla newsletter per rimanere aggiornato su pubblicazioni future, eventi e tante anteprime esclusive!