Barbara Borlini racconta La vita che desideri
attraverso la sua copertina

Devo ammettere che progettare la copertina mi mette sempre molto in difficoltà. Non la immagino né la penso fino alla fine, forse perché è qualcosa di più lontano dal fumetto – che è sequenza – e di più vicino all’illustrazione – un’immagine emblematica o evocativa che restituisce il senso o l’atmosfera di una storia. La difficoltà poi in questo caso è stata acuita dall’essere alle prese con una storia policentrica: certo, c’è un personaggio principale che attraversa le tre parti in cui è organizzato il libro, ma spesso non è suo lo sguardo prevalente che filtra la narrazione; le tre parti si svolgono ognuna in un periodo storico differente – trincea del Carso, 1917; Lago Maggiore 1935 e poi 1943 – e sono caratterizzate ciascuna da una dominante cromatica che dovrebbe accentuarne l’atmosfera; ci sono inoltre un prologo e un epilogo a matita. Tenere insieme tutto era davvero molto difficile.

Abbiamo deciso [Barbara e Francesco Memo, sceneggiatore de “La vita che desideri”, ndr] di iniziare esplorando diverse piste di lavoro. L’unica cosa che volevo tener ferma era realizzare una copertina onesta, non ingannevole nei confronti del lettore. È vero che una copertina che “spacca” dà al tuo libro l’opportunità di essere preso in mano dal possibile lettore e, si spera, acquistato; ma una delle cose che mi infastidisce maggiormente è l’essere attratta da una copertina e poi scoprire che il contenuto non corrisponde alle aspettative.

Una prima pista di lavoro andava nella direzione di proporre in copertina la poliedricità, quindi le tre dominanti cromatiche e i tre personaggi principali. L’immagine copriva sia il fronte che il retro. Non riuscivamo però a inserire in questa soluzione degli indizi sulla trama o i temi principali del libro. Anche il formato orizzontale non era di facile gestione.

La seconda ipotesi andava nella direzione opposta:  restituire innanzitutto il senso della storia, attraverso una immagine emblematica, nuova o già presente. Ne son venute fuori due bozze: una centrata sulla trama politica, l’altra sull’omosessualità e la trama d’amore. Di entrambe ci frustrava il fatto di non riuscire a combinare in un’unica soluzione l’intrecciarsi delle due tematiche.

Una terza via consisteva nell’accostare in copertina alcune immagini tratte dal fumetto e rappresentative di situazioni salienti, un po’ come si fa in un trailer. Il risultato però ci sembrava  debole e poco comunicativo.

Un po’ stremati, abbiamo spedito le bozze a sua Maxitudine (il direttore editoriale Massimilano Clemente, tra noi lo chiamiamo così, spero non se la prenda…), per condividere quale rotta prendere. Lui è stato risolutivo, proponendo questo schizzo, una crasi che sviluppata è poi divenuta la copertina.

Ci sono i tre personaggi,  tutti altrettanto importanti da non poter esser sacrificati; ci sono le tre dominanti cromatiche; c’è la svastica incombente che rimanda al filo conduttore della storia; il passaggio dal primo piano stretto dei personaggi ad uno un po’ più allargato ha poi permesso di introdurre ulteriori indizi, le labbra truccate, una divisa, un abito elegante…

A completare il tutto ci sono i risguardi del libro, di cui sono piuttosto soddisfatta perchè offrono una chiave di lettura dell’ulteriore livello grafico presente nel racconto: le matite del prologo e dell’epilogo.

Barbara Borlini

Leggi l’intervista a Francesco Memo e Barbara Borlini