La vita che desideri

Intervista a Francesco Memo e Barbara Borlini

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La vita che desideri è il graphic novel di Francesco Memo e Barbara Borlini in uscita il 24 gennaio prossimo. Ripercorrendo trent’anni della storia italiana, il libro segue le vicende di Giulio scandite dai grandi avvenimenti che segnarono il periodo tra le due guerre mondiali. La narrazione diventa spunto per riflettere su temi quali la violenza pubblica e privata, le leggi razziali e le deportazioni, il conformismo e l’omosessualità. In questa intervista, gli autori ci introducono alla storia, e a quello che c’è dietro.

Buona lettura!



Cosa ha ispirato questo libro?

Barbara | L’ispirazione è qualcosa di molto difficile da definire. Tante piccole scintille si accendono in relazione a incontri, accadimenti, riflessioni, ricordi personali. Per un po’ di tempo tutto questo materiale incandescente resta lì, qualche scintilla si spegne, altre resistono, finché un reagente le comincia ad aggregare in unico motore narrativo. In questo caso quell’elemento è stato mio nonno, cui la figura di Giulio è ispirata. Il racconto non è una sua biografia, ma la traiettoria della sua vita – è stato un nonno incredibilmente anziano, nato a fine ‘800, emigrato giovanissimo, soldato sul Carso, maitre d’hotel e infine guida turistica alle Isole borromee negli ultimi anni di vita  – ci ha aiutato a focalizzare alcuni momenti e situazioni, dando coerenza alle idee che cominciavano a enuclearsi.

Francesco | Alcuni nomi li citiamo già nella nota alla fine del libro. Qui mi piace ricordare chi ha avuto un ruolo durante la fase più magmatica del concepimento della storia, quando ancora tutto è da definire. Le poesie di Kafavis, libri come “Gli occhiali d’oro” di Bassani, “Ernesto” di Saba e “Un cameriere perfetto” dello scrittore svizzero Alain Claude Sulzer; film come “Orizzonti di gloria” di Kubrik e “La grande illusione” di Renoir.


 

Francesco Memo e Barbara Borlini

 



Perché avete deciso di trattare questi temi e da dove è nata la necessità di fare questo libro?

Francesco | I libri sono come dei prismi che riflettono ispirazioni e domande: per tenere in vita le prime si prova a dare delle risposte (in ogni caso mai definitive) alle seconde. Con questo libro abbiamo voluto rivivere la storia terribile del ‘900 con gli occhi di chi – per indole o per scelta – si sentiva diverso, perché lontano e inconciliabile con l’immagine dell’uomo che la guerra e i regimi fascisti imponevano: quella del maschio soldato, guerriero virile e violento, ma anche estremamente conformista e passivo. Amare diversamente e sentirsi uomo in maniera diversa voleva dire non conformarsi a quell’immagine aggressiva, essere fuori dal progetto che il nazionalismo e il fascismo volevano imporre a tutti.  I tre capitoli del libro raccontano la scoperta esaltante e spaventosa di questa diversità – e del desiderio di essere diversi – attraverso lo scontro con la realtà violenta nel quale i personaggi si trovano a vivere.

Barbara | Quale la necessità che ci ha spinto su questi temi? L’adolescenza della nostra generazione, nella sicura e opulenta Europa, è stata segnata dalle guerre in Jugoslavia, qui alle porte di casa, tra l’altro più o meno in contemporanea col cinquantenario della Liberazione. Crediamo che questa esperienza indiretta abbia instillato in noi la precisa sensazione che la pace è un equilibrio instabile, mai dato per scontato.

Quali sono i legami che questi temi hanno con la realtà che stiamo vivendo?

Barbara | La primissima idea di questo fumetto origina nel 2013. Stavamo tornando dal festival di Lucca, dove eravamo stati per l’uscita del nostro precedente lavoro. Sono solo cinque anni fa, ma sembrano anni luce: allora pensavamo di lavorare ad un racconto storico, invece oggi ci rendiamo conto che è quasi un instant book! Le tematiche che affrontiamo nel libro sono ora di estrema attualità. E non è molto rassicurante come constatazione…

Francesco | Del resto guardare alla storia significa inevitabilmente parlare del presente. Raccontare il fascismo e la Shoah significa indicare indirettamente i rischi, le storture, le disumanità dell’oggi, perché se è vero che la storia non si ripete è indubbio che stiamo vivendo un periodo fortemente negativo di chiusura e cinismo. Anche rispetto allomosessualità si può fare un ragionamento simile. Grazie alla lunga lotta iniziata più di un secolo fa l’omossessualità è oggi una questione pubblica, le discriminazioni di genere e di orientamento sessuale sono formalmente sanzionate, i diritti civili sono ormai riconosciuti in molti paesi. Come sappiamo in Italia questo percorso è molto più lento e arretrato. Ma se l’omosessualità è stata volenti o nolenti accettata a livello collettivo, l’immagine del maschio di cui parlavamo prima è ancora diffusa ed è molto difficile metterla in discussione. E sappiamo che machismo e fascismo sono ancora strettamente legati tra loro. Basta guardare le posizioni apertamente razziste, ignoranti e violente di molti politici, a partire da quelli al governo in Italia. Ma la storia serve anche da monito positivo: esiste sempre la possibilità di resistere, di prendere in mano la propria vita per opporsi all’ingiustizia, rifiutando di conformarsi a maggioranze incattivite e pericolose.


 

Una tavola da “La vita che desideri”, Tunué 2019

 



Chi sono i vostri punti di riferimento artistici?

Barbara | Guardiamo a quegli artisti che riescono ad essere complessi e comunicativi al tempo stesso. L’arte deve far pensare, in un modo o nell’altro, se no è solo intrattenimento; naturalmente in un modo diverso da come può fare un saggio e senza cadere nella trappola del “messaggio”: le storie sono storie, non devono dimostrare nulla, richiedono una comprensione più emotiva che razionale. E poi ci piacciono gli artisti che riescono a dare corpo alla forza eversiva del desiderio – un fidarsi e svelarsi che travalica le convenzioni sociali e le convenienze – a veicolare la tensione erotica che accompagna e permea la creazione artistica.

Francesco | Il cinema è un importante punto di riferimento. Del resto fumetto e cinema hanno molti elementi in comune, sono entrambi figli della modernità (anche se il fumetto è di qualche decennio più “vecchio” del cinema) e si influenzano a vicenda. Mi piace citare tre registi: il primo è Bernardo Bertolucci, da poco scomparso, che aveva il coraggio di raccontare storiepersonali ma anche epiche calate nella storia con la esse maiuscola, senza farsi ingabbiare da sterili filologismi. Il secondo è André Téchiné, per la freschezza con la quale affronta ogni volta in maniera nuova il tema della scoperta di sé, uno dei pochi autori capaci di ritrarre l’adolescenza. Il terzo è Nagisa Oshima, per due film conturbanti e perfetti come “Furyo” e “Ghoatto“.

Barbara | Pensando al fumetto, siamo molto legati a “La Storia dei tre Adolf” di Osamu Tezuka. Un’altra cavalcata su traiettorie temporali lunghe, che tiene la tensione dall’inizio alla fine; che non teme di far uso di colpi di scena e passaggi un po’ melò; in cui le vicende private dei protagonisti permettono di comprendere le contraddizioni, i dilemmi di quei periodi storici così terribili.

Parlateci della vostra formazione…

Francesco | Liceo scientifico, scienze politiche, dottorato in sociologia, per entrambi. Niente di artistico quindi. Abbiamo assecondato tardi la vocazione creativa. Ma anche la ricerca necessita di creatività, a dir la verità. Così come l’impresa artistica necessita di progettualità e perseveranza, e la nostra attività di narratori fa leva anche sulle competenze acquisite in altri campi, ad esempio la storia e la sociologia.


 

“La vita che desideri” in libreria e fumetteria dal 24 gennaio 2019

 



Dove lavorate di solito e come?

Barbara | Lavoriamo a casa per lo più. Il passaggio al disegno in digitale mi ha alleggerito dell’ansia di lasciare i disegni sul tavolo alla mercè del gatto e della prole. Abbiamo le scrivanie una affianco all’altra. Quella di Francesco è molto disordinata: piena di libri e di appunti, rigorosamente scritti a mano in matita. La documentazione in un racconto come questo è importantissima, sia come fonte di ispirazione, sia per l’inquadramento del racconto nel contesto storico. Francesco legge una quantità di libri, contemporaneamente e a velocità incredibile. Io mi occupo della documentazione iconografica.

Francesco | Il soggetto è frutto di un lavoro comune. Abbozziamo le scene discutendole insieme. Poi io le definisco e scrivo i dialoghi. A volte funzionano subito. Altre volte Barbara, pensando alla regia, chiede delle modifiche. Quindi è un passaggio continuo di carta da una scrivania all’altra. Una volta arrivati alla versione definitiva, ricopio in bella – sempre rigorosamente a matita e su fogli volanti. A questo punto Barbara si occupa della regia delle scene e della realizzazione delle tavole. A volte sono io a non essere convinto di qualche passaggio grafico e quindi tocca a lei modificare…

Barbara | Questa continuo confronto è un valore aggiunto molto importante, che un autore che lavora da solo non ha.  Lui dice che è sempre una sorpresa questo processo di materializzazione delle scene, che dà a quello che lui aveva scritto una corporeità. Ogni tanto mi accusa di aver  aver modificato le battute di questo o quel personaggio. Di solito è vero, ma io nego.

Cosa vi piacerebbe trasmettere al lettore?

Barbara | Emozione, pensiero e anche solo un decimo della tensione erotica che trasuda da Novecento o da “Il conformista” di Bertolucci – tra l’altro nel fumetto è nascosto un piccolo tributo proprio a quel film.

Questo libro è per chi vuole… 

Francesco | Beh, per chi ama immergersi nelle storie, visto che sono 300 tavole e passa (ma un fumetto si legge più velocemente di un libro di narrativa!), lasciandosi coinvolgere dai personaggi, senza aver paura di conoscerli a fondo, vederli cambiare, sbagliare e riprovare, confrontandosi con le due cose più importanti di cui parlano tutti i racconti del mondo: l’amore e la morte.

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