Il giorno della nutria

Intervista ad Andrea Zandomeneghi

Il giorno della nutria, in libreria dal 7 febbraio, è l’esplosivo esordio letterario di Andrea Zandomeneghi. In questa intervista l’autore si racconta e ci racconta il romanzo, svelandone i temi principali, le esperienze da cui è nato, gli scrittori che lo hanno influenzato.

Buona lettura!

 

Cosa ha ispirato questo libro e da dove è nata la necessità di scriverlo?

Le esperienze fondamentali dalle quali parto sono quattro. Quella della cefalea: dolore cronico, sua gestione e sue ripercussioni sulla vita. Quella dei postumi da grande sbronza: amnesia, malessere, angoscia. Quella dell’ossessione: l’assedio – obsessio -onis «assedio», da obsidere «assediare» – incoercibile delle formazioni mentali e il suo influsso contaminate sulla coscienza. Quella del rapporto compulsivo con la cultura che invade e fagocita e struttura ogni aspetto del reale soggettivamente filtrato: proliferazione di citazionismo incontinente, di elencazioni morbose, di digressioni pseudoerudite, di estetismo linguistico.

Ho vissuto e vivo con forza queste quattro esperienze, immagino che da ciò – o anche da questo – discenda la volontà di rappresentarle.

«Chiusi gli occhi e cercai di concentrarmi sul respiro. La nutria proveniva da una mia colpa. Sentivo, lo sentivo visceralmente, che proveniva da una mia colpa. Che in qualche modo era l’avatara di questa mia colpa. Ma di quale colpa si trattava? Da quale colpa che avevo perpetrato scaturiva la nutria?» “Il giorno della nutria” di Andrea Zandomeneghi, il libreria dal 7 febbraio

Perché hai deciso di trattare questo tema?

Perché volevo esplorare i territori – i sotterranei abnormi, non le vette mistiche – dell’oltre la coscienza ordinaria, in particolare mi interessavano le deformazioni e aberrazioni della coscienza e del pensiero che si risolvono in forme di autotrascendenza –  non sono più solo me stesso, ma anche altro – verso il basso, usando l’armamentario concettuale di Huxley. Oltre alle quattro esperienze fondamentali di cui sopra, appartengono a questo regno anche altre pratiche, posture mentali e credenze che trovano spazio nel testo, ad esempio abuso di psicofarmaci, psicosi, spiritismo e alieni.

Quali sono i punti di riferimento della tua scrittura?

Dostoevskij per la verticalità esistenziale e per il geniale sposalizio di psicologia e pneumatologia. Huysmans per l’ampia ricerca lessicale e per l’orizzontalità digressiva. Roth per la matura e dinamica ricerca sintattica. Schwob per il barocco realismo della falsificazione esplicitata. Bolaño per l’affabulazione imperante. Mann per la sensibilità testuale. Ellis per la gestione della prima persona. 

Volevo esplorare i territori – i sotterranei abnormi, non le vette mistiche – dell’oltre la coscienza ordinaria, in particolare mi interessavano le deformazioni e aberrazioni della coscienza e del pensiero che si risolvono in forme di autotrascendenza.

Parlaci della tua formazione…

La mia formazione è stata fortemente antiaccademica  (la qual cosa è da intendersi come una mera costatazione, non come uno sciocco vanto): dopo il liceo classico – dove mi ostinavo pervicacemente a non studiare quanto proposto dai docenti – ho frequentato giurisprudenza.

Fin dal’adolescenza ho iniziato un percorso di lettura intensiva che prescindeva totalmente da qualsiasi riconoscimento od offerta culturale istituzionalizzata. In una prima fase mi sono dedicato (prosa e filosofia, mai poesia) ai classici greci e latini e alla letteratura ottocentesca russa, francese e tedesca. Solo successivamente – direi non prima dei venticinque anni –  ho scoperto la contemporaneità che in precedenza snobbavo senza eccezioni e la narrativa statunitense. Qualche anno dopo ho iniziato a leggere anche romanzi di genere (fantascienza e fantasy). L’interesse per la letteratura italiana e quella extraeuropea (sudamericana in primis) è nato per ultimo.

Particolarmente formativa è stata l’esperienza della condirezione della rivista letteraria Crapula.

Raccontaci dove lavori e come…

Su quaderni e taccuini prendo quotidianamente appunti a penna a prescindere dal fatto che paiano immediatamente spendibili in una narrazione e dal fatto che in quel periodo stia scrivendo o meno. In un secondo momento li rileggo – tutti, una grandissima quantità – in cerca di spunti per la caratterizzazione dei personaggi e delle loro idee. Scrivo al computer, di mattina, nel terrazzo della mia casa a Borgo Carige anche in inverno con il gelo. Rileggo e correggo nella mia stanzetta da letto, alla scrivania. Non scrivo né rileggo o correggo mai di notte.

Cosa ti piacerebbe trasmettere al lettore?

La necessità in quell’immane nevrosi che è il tempo presente della pietà verso se stessi.

Questo libro è per chi…

Questo libro è pensato per lettori forti e provveduti, che nella lettura non cercano solo svago, che sono disposti a recepire stimoli intellettuali eterogenei, che s’interessano non solo alla storia raccontata ma anche – e magari soprattutto – a come è raccontata.

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