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“Per chi non ha smesso di interrogarsi su cosa è veramente sbagliato e cosa è giusto per i ragazzi e gli adulti”

Per sempre

Una storia che conquisterà i cuori dei lettori e li accompagnerà alla ricerca della propria identità, alla scoperta del proprio corpo.

per sempre

/ Assia Petricelli – Sergio Riccardi
Ariel

Nellie Bly | Luciana Cimino e Sergio Algozzino

La prima giornalista investigativa pioniera del giornalismo sotto copertura. Prefazione del giornalista David Randall, senior editor dell'Independent on Sunday.

17,00

leggi le prime pagine
IN ANTEPRIMA

Qualche ora prima il cielo era di un blu intenso, ma adesso era come un sacco di iuta sporco e gonfio di pioggia. In ufficio eravamo rimasti solo io e Ahmed, come capitava spesso, a tarda sera. E proprio mentre Ahmed concludeva l’ennesima telefonata di conferma ai nostri soci di Dubai, il temporale, che fino ad allora era stato soltanto un brontolio nella gola del cielo, esplose come una raffica assordante di flash sparati da paparazzi.

Ero dispiaciuto per Ahmed. Non solo sarebbe arrivato in ritardo, ma anche bagnato fradicio. Sapevo che non si portava mai dietro l’ombrello. Non aveva mai nulla con sé, tranne un portapranzi di acciaio inossidabile, avvolto in una candida tovaglietta di cotone. Prima di cominciare a mangiare la stendeva sempre sulla sua scrivania e vi disponeva con cura i tre contenitori d’acciaio del portapranzi.

Non si portava dietro nient’altro. Né si portava il lavoro a casa. Semplicemente si tratteneva il tempo necessario per terminarlo, a volte tirando anche oltre la mezzanotte. Era il solo, fra i miei dipendenti, al quale potevo chiedere di lavorare qualunque giorno, cosa che capitava spesso, dato che dirigo un’azienda di import-export. Più questa si ingrandiva più eravamo costretti a adeguarci ai calendari di altre nazioni e altre culture. Attraverso i confini, le feste coincidono di rado. Ma se si doveva effettuare un deposito a Damasco durante Diwali, potevo sempre contare su Ahmed: si sarebbe trattenuto senza batter ciglio e se ne sarebbe occupato. Se bisognava ricontrollare una spedizione in Islanda durante Eid, Ahmed sarebbe stato lì, pronto, disponibile.

Sarebbe rimasto ogni giorno senza lamentarsi, senza mugugnare. Ogni giorno, tranne quello.

Era Shab-e-baraat. Mai sentita nominare? Personalmente non ne sapevo nulla quando conobbi Ahmed, ma è anche vero che fino ad allora l’unico ragazzo musulmano del mio convitto parlava inglese con l’accento di Oxbridge. Non è una delle feste di Eid, né quella col sacrificio né quella con il sewai. Quelle le conoscevo. Le celebrava anche il mio compagno di scuola, il musulmano: una volta i suoi genitori erano venuti a trovarlo e ci avevano portati tutti con loro, nella casa che avevano preso in affitto nei dintorni di Shimla, dove quell’anno avevano organizzato un party per Eid. Parenti e amici erano arrivati in aereo o in auto da ogni dove. Era come a Diwali, senza i fuochi d’artificio, certo, ma con i dolci sewai. Ma Shab-e-baraat?

Ahmed me ne aveva parlato il primo anno che lavorava con noi. Ma ora ho l’impressione che dovrei cominciare col dirvi come ho conosciuto Ahmed.

Avevo appena avviato la mia impresa, dopo un periodo di insegnamento agli Indian Institutes of Technology, una volta terminato il Master of Business Administration che avevo ottenuto nella stessa scuola e un PhD in Business Communication conseguito alla Columbia. Spreco assoluto. Insegnamento. Accademia. Snobismo a palate e un monotono susseguirsi di meeting del cazzo! Chiacchiere, noia e paghe da fame. Dopo tre anni ne avevo abbastanza. A mia moglie la vita del campus piaceva senza riserve; ci eravamo incontrati alla Columbia, dove lei era stata mandata dalla sua famiglia di Mumbai per frequentare un master in Creative Writing. In quei giorni stava ancora scrivendo un romanzo e si ribellava ai milioni di suo padre. Immagino che le due cose fossero in realtà una sola.

TESTIMONIAL

Aforismi

dalla voce dell’autore
Brian Selznick

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